Primo aprile, Monk, Roma, prima occasione per Mox di portare sul palco il suo secondo album Piangono anche gli uomini (Maciste Dischi 2025).
L’inizio è programmato per le 21 – davvero? Beh è comunque martedì. Arrivo, solo come un cane, verso le 21.15 ma la musica langue. Vado al bar e prendo la prima birra nell’attesa di un’illuminazione. Poco dopo sento dire che in sala stanno iniziando. Davvero? Sì, ma non è Mox, bensì un giovane cantautore dalle belle speranze. Si chiama Proto e canta di focaccine dell’esselunga e di panchine in mezzo a rotonde di paesi in provincia di Lecce. Ha una sua poetica, disagiata (il suo album si intitola Disagio Vol.1), direi corazziniana.
Fa una manciata di canzoni chitarra-voce, l’ultima direttamente in totale unplugged in mezzo al pubblico, e poi torna il silenzio. Mi guardo intorno, ho diverse allucinazioni, non posso che andarmi a fare un’altra birra. Ma nemmeno il tempo di tornare che, prima che siano scoccate le 22, Mox e la sua band sono già sul palco. Bene. Stanno suonando la prima traccia del nuovo album, “Dentro la mia stanza”, e c’è una bella atmosfera (in fondo per andare a vedere un concerto di martedì sera devi essere proprio convinto). Davanti a me un gruppo di universitarie (non so se sono universitarie ma è la prima cosa che ho pensato), palesemente innamorate di Mox, sventolano il 33giri appena comprato per attirare l’attenzione del loro beniamino. Mox è un figo, capelli arruffati, camicia nera da serata elegante ma in estate, mi ricorda vagamente un playboy anni ’80 – che però non si vergogna di piangere e tratta bene le donne.
Parlando di musica, Mox scrive belle canzoni, ballate d’amore (che come confessa lui stesso dal palco non sono sempre rivolte a persone reali, ma tentano di personificare l’intangibile), un cantautorato classico che però non suona affatto vecchio, con una voce avvolgente, che si fa rauca al punto giusto e con qualche suggestione quasi-rap (di scuola romana). È sicuramente fra i migliori della scena, se esiste una scena, e c’è da aspettarsi che da un giorno all’altro, come capita, si senta parlare di lui anche in contesti più mainstream.

Il concerto prosegue con una canzone che conosco bene (il primo album, Figurati l’amore, del 2018 mi era assai piaciuto), “Qualcosa di speciale”, che a quanto pare parla di tradimenti: “Ci hanno visto insieme, ci hanno visto bere”. Bella. Si va avanti con gli altri pezzi nuovi, fra questi segnalo la title track, cantata sul palco con Scarda, che figura fra gli autori (sebbene su disco sia cantata con Bianco), e “Un argomento”, da cantare a squarciagola: “Mi metterei a gridare come un pazzo / Come fossi il tuo ragazzo / Però che cazzo / Che non lo sono più”. La versione intima di “Sinceramente” di Annalisa è una piccola perla, e “Lucio Dalla”, scritta e cantata sul palco con Matteo Alieno, è una botta di energia. Ma la canzone più coinvolgente del live, per me, è stata “Fino a quando il cielo esiste”, contenuta nell’EP del 2020 L‘Aria Il Cielo Il Coperto Il Sereno, dove compare come feat. con Fulminacci, altro cavallo di razza della scuderia Maciste. Un pezzo super funk, un giro di chitarra memorabile, impossibile stare fermi.
Verso la fine è l’ora di “Mara”, una delle “vecchie” canzoni più amate di Mox: “Mara amava amare ma anche il mare / Finisce prima o poi, figurati l’amore / Mara ma che male, ma che male / Cos’è servito avere amato a fare?”. Il pubblico si fa una cosa sola, tant’è che anche a canzone finita continua a cantare in coro il ritornello – forse per avere dimostrazione plastica da Mox stesso del titolo del nuovo album?
Finisce il live, ma come “da contratto” i nostri eroi tornano sul palco per il bis. Io però ho finito anche la seconda birra, devo guidare fino a casa e domani lavoro. Me ne vado via ascoltando la musica dissolversi (quindi se durante il bis è successo qualcosa di memorabile non lo so) prima ancora che la feroce umidità delle quasi-campagne monkiane possa entrarmi nelle ossa. Col sorriso.

s.