L’artista al lavoro

Di Michele Savino

Non c’è arte senza pigrizia.
Mladen Stilinović

In una serie fotografica del 1978, intitolata L’artista al lavoro, l’artista croato Mladen Stilinović è ritratto mentre dorme nel suo letto in una sequenza di varie posizioni. Quest’opera apparentemente carica di un umorismo irriverente, offre in verità due antitetiche possibilità di interpretazione: da un lato l’artista come fannullone refrattario a ogni tipo di lavoro, dall’altro l’artista come lavoratore
totale
, il cui lavoro è talmente aderente alla sua stessa vita, da non abbandonarlo nemmeno quando dorme.

Nel 1992 Stilinović ha scritto il testo Elogio della pigrizia, dove chiarisce il suo pensiero riguardo al rapporto tra arte e pigrizia:

Gli artisti in Occidente non sono pigri e quindi non sono artisti, ma piuttosto produttori di qualcosa… Il loro coinvolgimento in questioni di nessuna importanza, come la produzione, la promozione, il sistema delle gallerie, il sistema dei musei, il sistema della concorrenza (chi è il primo), la loro preoccupazione per gli oggetti, tutto ciò li allontana dalla pigrizia, dall’arte. Proprio come il denaro è carta, così la galleria è una stanza.

Gli artisti dell’Est erano pigri e poveri perché non esisteva tutto il sistema dei fattori insignificanti. Perciò ebbero abbastanza tempo per riflettere sull’arte e sulla pigrizia. Anche quando producevano arte, sapevano che era invano, non era nulla.1

Effettivamente la vera pigrizia è un lusso sempre più raro nella nostra quotidianità contesa tra produzione e svaghi; le parole di Stilinović paiono ancor oggi decisamente sagge se lette alla luce dell’attuale panorama di autopromozione e visibilità costante.

Nella società della prestazione anche gli artisti, sedotti dal miraggio dei futuri riconoscimenti, si ritrovano arruolati in un sistema competitivo globale, dove lo sfruttamento veste gli accattivanti panni dell’autorealizzazione.

Per poter essere pigri bisogna innanzitutto disporre di tempo ed è proprio il tempo, nella sua forma di durata nel presente, ad essere scomparso dalla vita di noi tutti, artisti e non. Oggi siamo abituati a calarci sempre più spesso in una dimensione temporale orientata verso una realizzazione futura, opportunamente definita da Bojana Kunst temporalità proiettiva: “la temporalità proiettiva rafforza il lavoro nel futuro a venire mentre sottrae tempo al presente”.2

Questa onnipresente sensazione di mancanza di tempo è stata ben stigmatizzata da Stilinović in un libro d’artista del 1979, intitolato per l’appunto Non ho tempo, dove questo moderno slogan è ripetuto in sequenza su tutte le pagine del libro in un vero e proprio horror vacui tipografico. Non avendo più tempo siamo ormai incapaci di perderlo, di abbandonarci all’ozio creativo, di concederci un vuoto per elaborare un pensiero.

Non è un caso che artisti e operatori culturali lavorino abitualmente su base progettuale, nell’ansiosa rincorsa delle possibilità che il progetto spalanca per il futuro:

Oggi gli artisti, i lavoratori creativi e le persone che in un modo o nell’altro sono creative sono sempre impegnati in dei progetti, spesso in più di uno contemporaneamente, e si muovono tra l’implementazione di un progetto e il completamento di un altro. Il lavoro si configura come un’infinita sequenza di progetti, dal loro avvio alla loro conclusione in un qualche momento futuro; non facciamo che impegnarci nel completare i vecchi progetti e nell’iniziarne di nuovi.3

Henri-Pierre Roché diceva che la migliore opera d’arte di Duchamp fosse stata il suo uso del tempo, infatti Duchamp, gran cultore della pigrizia, sapeva ben difendersi dalle insidie insite in qualsivoglia pianificazione futura:

Non avevo un piano o un programma stabilito. Non mi chiedevo neppure se avrei dovuto vendere le mie cose. Non avevo alcuna base programmatica. Conducevo una vita scapigliata, alla Montmartre; si vive, si dipinge, si è pittori, e tutto questo in definitiva non vuol dire nulla. È un atteggiamento che certamente sussiste anche oggi. Si fa pittura perché si vuole essere, per così dire, liberi. Per non dover recarsi tutte le mattine in ufficio.4

Duchamp era tuttavia consapevole che, con la progressiva integrazione dell’artista nella società, la suddetta libertà venisse sacrificata a favore del sistema della produzione e del profitto, che ha reso gli artisti contemporanei sempre più simili a dei lavoratori frenetici e sempre più lontani da quell’oziosa disobbedienza, terreno fertile per l’arte.

Forse non è casuale che spesso ci si riferisca alle opere di un artista utilizzando il termine lavori, un’italianizzazione dell’inglese work of art, che pare non si limiti ad essere una semplice conseguenza dell’egemonia della lingua inglese nel mondo globalizzato, ma suggerisca anche l’idea che nella società contemporanea l’artista abbia abbandonato ogni potenziale sovversivo, trasformandosi sempre più in un ambizioso impiegato determinato a fare carriera nell’ufficio dell’arte.

Mladen Stilinović, L’artista al lavoro, collage di Michele Savino

Michele Savino, L’artista al lavoro

Note

  1. https://mladenstilinovic.com/works/10-2/ ↩︎
  2. B. Kunst, L’artista al lavoro, Luca Sossella Editore, Roma 2024, p. 182. ↩︎
  3. Ivi, p. 175. ↩︎
  4. M. Duchamp, Ingegnere del tempo perduto, Abscondita, Milano 2009, pp. 22-23. ↩︎


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