Invisibili

Di Cristi Marcì

Ancora non mi capacito di come tutto questo sia potuto accadere.

Il tempo non fa che trascinarmi in un labirintico percorso mentre il tuo odore si mescola al profumo dei gerani che in balcone assorbono tutta la luce possibile.

Qui a casa tutto parla di te.

Perfino l’oggetto più banale mi riporta in luoghi dove la tua mano sembra ormai lontana anni luce ma che a detta di zia Maria, tra un tiro e l’altro della sua Camel, è raggiungibile perfino adesso.

Giù per strada le bancarelle espongono le prime decorazioni natalizie.

C’è perfino qualche calza della befana e per assurdo spero che arrivi il più presto possibile per portarsi via tutta questa pesante assenza.

Da cinque giorni la buca delle lettere vomita biglietti di auguri, bollette in corso di scadenza e spese da sostenere dopo la morte di un padre.

Ti rendi conto?

Quando le ho aperte mi sono sentito smarrito.

Un geroglifico sarebbe stato più comprensibile di tutta questa merda di carta che impone a chiare lettere come il dolore non sia contemplato.

Tanto quello non ha scadenze.

Ed è proprio questo a provocarmi una paura immane.

Non so quanto durerà.

D’improvviso responsabilità provenienti da galassie lontane mi sono piombate addosso trasformando la paura in un asteroide pronto ad annientare certezze che solo tu papà sapevi dirottare verso sapori e profumi diversi: tra uno spaghetto al pomodoro e le bancarelle d’antiquariato di Piazza Marina la domenica mattina a Palermo.

Dove mi descrivevi i giochi della tua infanzia esposti sotto un sole intento a brillare.

L’anno scorso avevamo perfino trovato una copia un po’ stropicciata e ingiallita di Topolino, eri così entusiasta che i tuoi polmoni si erano trasformati in mongolfiere pronte a volare mentre il venditore dalle mani pesanti e il viso abbronzato avvolgeva in carta velina quel tesoro inestimabile.

Il giorno che te ne sei andato l’ho adagiato dentro la tua navicella di legno, l’avevamo battezzata così tra un colpo di tosse e un respiro soffocato dalla morsa di quella maledetta creatura che da mesi costellava i tuoi occhi di strani puntini di cui temevo la malefica geometria.

Questo pomeriggio ho camminato tantissimo.

Dalla Fiera del Mediterraneo mi sono perso tra i viali alberati di via Libertà.

Farlo mi ha sempre aiutato, mi connette con un vuoto che non chiede nulla, se non di essere accolto per ricevere in dono una pace con cui sbarazzarmi di tutte quelle cianfrusaglie di cui si alimentano i pensieri e chissà cos’altro.

Una volta arrivato a Piazza Politeama però ho subito sentito una morsa allo stomaco e l’urgenza di tornare a casa da te, perché tutta quell’atmosfera natalizia fatta di luci contrastava con un profumo senza nome e che in grembo continua a scalciare affinché nuovi scenari dal grigio scuro possano tendere verso tinte più colorate.

Una volta arrivato a Piazza Politeama, però, una morsa allo stomaco mi ha colto all’improvviso, insieme all’urgenza di tornare da te. L’atmosfera natalizia, colma di luci, strideva con un profumo senza nome, mentre dentro di me qualcosa scalciava, impaziente, quasi a voler spingere il grigio scuro dell’anima verso tinte più luminose.

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Immagine: Edvard Munch, Amore e dolore, 1895.


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