Filosketch #2

Di Sonia Cosco

Il fatto che Anassimene sia considerato il filosofo meno importante tra quelli che potremmo chiamare i quattro filosofi degli elementi (gli altri tre sono Talete, Anassimandro ed Eraclito), ha una motivazione oggettiva: di lui c’è rimasto un unico frammento di due righe. Intorno a quel frammento, i posteri hanno dedotto, tratto, ricamato, ipotizzato, immaginato. E nel pieno di uno spirito riduzionistico e manualistico, possiamo definirlo “il filosofo dell’aria”. Come se l’aria fosse roba di poco conto. Proviamo a rimanere in apnea per troppi secondi e poi ne riparliamo. Nella puntata precedente abbiamo lasciato Talete nell’acqua del pozzo e con lui sentivamo in effetti mancarci l’aria in quello spazio claustrofobico. Anassimene con il solito piglio pragmatico da scuola ionica, cerca un principio primo, osservando che senza aria non c’è vita e se persino Eros ci fa esclamare: “Mi manca come l’aria!”, perché l’assenza della persona amata mozza il respiro e svuota il corpo, non ci verrà difficile immaginare Anassimene dire con tono solenne: “L’archè è l’aria”, aria che quando si condensa diventa acqua e poi terra e poi tutto il resto.

Anassimene osserva e prende appunti: dalla bocca l’aria esce fredda, se le labbra sono quasi serrate, mentre è tiepida, se la bocca è spalancata. L’aria si rarefà e si condensa, creando l’acqua oppure il fuoco e le pietre e mentre scrive, il filosofo inspira ed espira senza pensarci, come tutti. Se ci pensasse e lo facesse con più consapevolezza, starebbe facendo pratica yoga, antichissima pratica ascetica e meditativa nata in oriente, che di respiro in respiro, eleva l’anima e rafforza il corpo. In sanscrito “prana” è “respiro”, ma anche “spirito”, “vita”. L’occidente di Anassimene, l’oriente dei maestri yogi sembrano incontrarsi nello “pneuma” greco.

Penso che Anassimene avrebbe concordato con lo scrittore francese Emmanuel Carrère: “La respirazione ce l’abbiamo sempre sotto mano, dato che di respirare non smettiamo mai” (Carrère, Yoga). “L’aria entra nelle narici. Ne osservo l’ingresso. L’aria esce dalle narici. Ne osservo l’uscita. Il ritmo è calmo, regolare. Osservo come l’aria tocca l’interno delle narici”. Nello yoga parlare di aria significa riflettere sul significato profondo di espirare e inspirare, “inspirare” prosegue Carrère “significa prendere, conquistare, appropriarsi (…), espirare è un’altra cosa. È dare anziché prendere, è rendere anziché tenere. È lasciar andare (…)  e il lavoro da fare negli anni di vita che mi restano penso sia questo: imparare a espirare”.

Se è vero che siamo uomini legati dalle medesime intuizioni e che esiste un inconscio collettivo, come immaginava lo psicoanalista Carl Gustav Jung, l’aria di Anassimene non è che una variante filosofica, razionale di certe pratiche di saggezza orientale ancora più antiche di lui. Il respiro è vento che scaccia pensieri, musica che dà ritmo, controlla i moti dell’animo e del corpo. Con gli occhi di Anassimene guardiamo l’aria prendere forma, l’impalpabile diventare materia. Cosa c’è di più affine al divino dell’invisibile che pure sorregge il mondo? Aria come la grande mano di Atlante che sorregge una terra piatta come una tavola, dove gli uomini che camminano devono fare attenzione a non raggiungere le estremità spigolose, perché oltre c’è il precipizio, mentre in alto, il sole, viaggia con le stelle e ogni tanto si schermisce dietro una nuvola o la cima di una montagna che Leonardo da Vinci avrebbe disegnato nei suoi dipinti, più rarefatta della pianura perché aveva scoperto la prospettiva aerea e l’applicava nei suoi quadri, tanta l’importanza che dava anche lui all’aria.

Se l’aria è l’archè, l’archè è il respiro, moto circolare infinito che appartiene all’umano e al mondo non umano, un uomo intuisce che tutto nasce da quel respiro cosmico che ingloba l’ecosistema, noi, Gea, Anassimene diventa pioniere ante litteram di una visione di sostenibilità ambientale.

Come l’anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l’aria circondano il mondo intero 

è il famoso unico frammento intorno al quale, come una ciambella intorno al buco, elucubriamo.

E quando immagino l’aria di Anassimene insinuarsi in ogni interstizio del mondo-universo, con un salto ardito nella letteratura del futuro, mi viene da pensare per contrapposizione a quel pericoloso soffio d’aria chiamato Assoluto che l’autore ceco Karel Čapek negli anni ’20 nel romanzo feuilleton fanta-utopistico La fabbrica dell’Assoluto, aveva immaginato intrufolarsi in ogni fessura di Praga e nelle narici dei praghesi, “residuo immateriale, non decomponibile chimicamente” di un’incredibile invenzione che si chiama Carburatore che oltre a bruciare materia e generare energia, produce un elemento invisibile tossico che è appunto l’Assoluto, un Dio-aria sottile che “ha conquistato l’industria e le masse” e che ha effetti grotteschi sugli uomini e sulle macchine, rendendo i primi invasati religiosi, contagiati dalla sindrome dell’amore e della generosità, le seconde iperproduttive nel fabbricare merci. L’idea di un’aria che c’è, ma non vediamo, che si nasconde, ma abita il mondo, crea nella mente di Čapek una storia surreale in cui, sia l’infinita bontà che l’infinita produttività (generate da questa aria-Dio-Assoluto che tutti respirano), portano l’umanità verso il disastro.

Tanto catastrofismo non appartiene al nostro greco Anassimene, per quanto anche la sua aria fosse “divina”, ma di certo non avrebbe fatto piombare la Mileto del VI secolo nel fanatismo religioso o tecnologico. Piuttosto in un materialismo naturalistico ilozoistico tipico della scuola ionica, in cui l’aria è principio vivificatore da cui originano le cose. Enorme animale, l’universo inspira ed espira e cosa respira all’epoca è uguale, ma anche molto diverso da ciò che respiriamo noi tra industria, inquinamento, combustione, deforestazione. Di gas serra, NOx, composti organici volatili Anassimene non ne sa – beato lui – proprio nulla. La sua aria è tersa, pulita, in eterno movimento e mutamento, increata, illimitata, pure intelligente. Insomma, quanto è arioso quell’unico frammento di due righe che ci è rimasto! Viene da canticchiare altri frammenti, questa volta non filosofici, ma musicali, di Gianna Nannini e Isabella Santacroce di qualche anno fa: “Aria / respirami il silenzio / non mi dire addio / ma solleva il mondo”  e con loro e Anassimene sentirci più leggeri, più vaporosi, più pneumatici.

Bibliocitazioni

  • Nicola Abbagnano
  • Karel Čapek
  • Emanuel Carrère
  • Carl Gustav Jung
  • Bertrand Russell

Musicocitazioni

  • Gianna Nannini e Isabella Santacroce


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