Riflessioni di un pazzo all’apice di una Lunare follia
Di Cristi Marcì
Apparsa in Europa agli inizi del tredicesimo secolo, l’Alchimia rappresenta un sistema di pensiero filosofico ed esoterico connotato da quelle discipline ad oggi conosciute con il nome di chimica, medicina, metallurgia e astrologia.
Per quanto risulti un campo di indagine ormai lontano dal nostro quotidiano è tuttavia possibile indagare quei valori che potrebbe apportare ai fenomeni psichici e comportamentali che sovente contraddistinguono tanto i nostri comportamenti quanto le nostre attuali nevrosi.
Definita dagli alchimisti medioevali quale strumento impiegato nello studio e nella raffinazione dei metalli, come l’oro, il rame, l’argento e lo zolfo, si può constatare quanto il suo utilizzo potrebbe essere impiegato per una nuova revisione della Psiche: il più lontana possibile da quelle congiunzioni letterali utili a soffocarne l’intima moltitudine.
Volendo rapportare le antiche discipline alchemiche a quelle contemporanee, come la psichiatria e la psicologia, è affascinante notare come lo studio dell’Anima sia ormai correlato a un futile ventaglio di etichette diagnostiche che altro non fanno se non renderla abietta, ma soprattutto acerrima nemica da padroneggiare: a causa delle sue inafferrabili forme con le quali si manifesta.
Immersi quotidianamente nell’uso sfrenato della tecnologia, nonché alla costante ricerca di un’immagine che possa definirci una volta per tutte, dimentichiamo di essere guidati da quelle forze primordiali che fanno dell’Anima stessa una culla inesauribile di volti di cui tuttavia temiamo l’apparizione.
Se dunque l’Anima, intesa quale patrimonio di immagini, si presenta a noi in veste di “eterna follia” sarebbe opportuno provare ad accogliere i suoi numerosi volti grazie ai quali liberarci dalle opprimenti e costanti etichette che ne ingarbugliano la costante fioritura.
Ripristinare cioè il rapporto con quello che di più antico ci abita ma che di contro le scienze moderne definiscono disturbante o finanche patologico.
In accordo con la visione alchemica proposta dallo psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung e successivamente ripresa da James Hillman, sia il corpo biologico sia ciò di cui è composto sono connotati da quei processi fisiopsicologici equivalenti a quei medesimi processi dinamici cui vengono sottoposti i metalli, come: l’argento, il rame e l’oro.
Valorizzando la compresenza tanto del materiale psichico quanto di quello proposto nei testi alchemici si può ipotizzare quanto entrambi risentano in modo imprescindibile dello stesso meccanismo a-causale rispetto al quale l’ottusa prevedibilità cede il posto al nucleo immaginifico caratterizzante ambo gli aspetti.
Quanto si vuole dunque proporre è come il materiale grezzo, sia esso psichico che di tipo metallurgico, sia abitato da quell’identità immaginativa che se sottoposta a interventi letterali esterni rischierebbe di perdere il suo autentico volto, spesso accelerando tempistiche che purtroppo corroderebbero soltanto il nostro modo di stare al mondo ma soprattutto: il proprio modo di sentire.
Riacquisire dunque un linguaggio antico significa al contempo sondare quel fertile terreno che è la coscienza dell’Anima, fatta di tanti corpi quante sono le immagini che la abitano.
Nondimeno garantirebbe a ciascun individuo l’ingresso in un mondo dove il tempo delle emozioni andrebbe di pari passo con lo spazio delle rispettive manifestazioni, siano esse negative che positive, poiché l’Opus alchemico risente di quelle transizioni che a partire dalla materia grezza tramite la nigredo possono acquisire un rinnovato e graduale chiarore definito albedo: rispetto ai quali gli stadi intermedi del proprio sentire promuovono la morte di un qualcosa pronto a riflettersi in una rennovatio totalis: in una rinascita costante.
Accelerare dunque i tempi delle rispettive transizioni rischierebbe tuttavia di corrodere la materia di cui si compongono sia i metalli che la psiche, in quanto ad una maggiore pressione indotta dalla logica delle aspettative corrisponderebbe un deterioramento, nonché un’eterna mortificatio dell’elemento primordiale.
Favorendo di conseguenza un blocco maturativo a discapito del materiale psichico, che anziché evolversi provoca una vetrificazione della coscienza dalla quale prenderanno vita le nevrosi.
La nigredo Alchemica. Il passato rappresenta davvero un fertile terreno?
Nel campo della tradizione alchemica i quattro colori principali (nero, bianco, rosso e giallo) riflettevano quei termini cromatici primari caratterizzanti l’intero Opus suddiviso nell’ordine seguente: nigredo, albedo, xanthosis o citrinitas e iosis o rubedo.
L’aspetto affascinante di questa ripartizione risiede proprio nel valorizzare lo sviluppo dello stato mentale o del materiale grezzo in qualcosa capace di acquisire sempre di più una nuova coscienza, dunque un nuovo stato energetico.
Tuttavia l’intero processo dell’Opus richiede una costante trasformazione che pone le sue radici nel colore nero, poiché in quanto non-colore il nero stesso estingue il mondo percettivo ricolmo di colori.
Nondimeno il fenomeno dell’annerimento nega la luce, la quale spesso e volentieri caratterizza nel quotidiano quella conoscenza abitudinaria alla quale spesso non riusciamo a rinunciare in quanto riflette un vero e proprio attaccamento alla coscienza solare intesa come previsione lungimirante e ripetibile.
Paradossalmente grazie al nero abbiamo la possibilità di operare una dissolvenza circa il significato e la speranza che deleghiamo al significato stesso.
Se dunque il nero si rivela un colore necessario alla trasformazione, nella psicologia alchemica provoca quella benigna sofferenza grazie alla quale fare emergere quella che Jung definiva il lato oscuro di ciascuna personalità, definita dallo psicoanalista svizzero lato Ombra.
Quest’ultima difatti attiene al regno più profondo delle ombre e più nello specifico al regno mitologico dell’Ade rispetto al quale la morte stessa di una coscienza precostituita deve necessariamente annerirsi per poter successivamente rifiorire e dunque rinnovarsi.
Simile ad un buco nero la nigredo fa scomparire le fondamentali strutture di sicurezza della coscienza occidentale, difatti attraverso l’assenza del colore il nero impedisce tanto agli stati mentali quanto ai materiali l’ostensione ripetitiva e perpetua delle proprie virtù, imprimendo una decostruzione pronta a tradursi in un valido ragionevole dubbio.
Pertanto il dubbio, il pensiero negativo o ancor più il sospetto spiega e conferma quanto la nigredo stessa rappresenti il momento necessario per ogni possibile cambiamento di paradigma.
Quanto si vuole proporre è dunque la visione di come questo colore antico non debba essere allontanato dalla propria vita ma al contrario accolto in qualità di elemento alchemico capace di operare una trasformazione tanto dei nei nostri vissuti quanto del nostro presente.
Se da un lato è quindi in grado di scardinare dei paradigmi precostituiti, dall’altro vuole distruggere proprio quei criteri di valutazione ritenuti per troppo tempo affidabili e rassicuranti, ma nella realtà dei fatti ormai obsoleti.
La decostruzione operata dalla nigredo rende quindi possibile il cambiamento psicologico, connesso a un graduale effetto dissolvente del nero su tutto ciò che è ritenuto positivo, dove la negazione della sicurezza promuove fluidità e porta l’energia psichica ad uscire dalla sua coagulazione alla ricerca di nuove mete.
Di conseguenza ogni momento di nerezza va percepito quale momento foriero di alterazione, scombussolamento e dissoluzione dell’attaccamento rispetto a quanto è stato preso per verità assoluta ma che qualcosa di profondo e antico vuole ripristinare attraverso l’evanescente e inafferrabile logos animico.
L’albedo e l’imbiancamento della coscienza. Per una psicologia poetica a favore del mondo immaginale
Viceversa il termine albedo indica una fase di transizione dal nero al rosso, ossia un’evoluzione del materiale psichico che ciascuno individuo custodisce al suo interno.
Rispetto al simbolismo cromatico queste variazioni di colore riflettono in maniera sottile quelle alterazioni del materiale dell’Anima entro il quale prendono vita sia gli umori che le costellazioni oniriche.
In qualità di coscienza improntata ad Anima, l’albedo dell’Alchimia favorisce una rinnovata modalità di percezione rispetto alla quale lo sguardo e l’attenzione vanno oltre quegli attaccamenti obsoleti alla ricerca di un altrove, dove l’assenza di un luogo e uno spazio prestabiliti favoriscono l’ispirazione animica.
La fase dell’imbiancamento alchemico indica l’emergere di una coscienza psicologica dove la percezione e l’ascolto si tramutano gradualmente in quella fantasia creativa in grado di promuovere un distacco tanto dal passato quanto da ciò che non ne garantiva una possibile evoluzione.
Difatti, fino a quando la psiche continuerà a dibattersi nella nigredo, sarà emotivamente legata ai suoi attaccamenti passati e circoscritta così in materializzazioni che rischiano di bloccarne l’evoluzione.
Pertanto il processo di unione della mente con un terreno fertile e imbiancato prende spesso il nome di base poetica della mente, dove la coscienza non sarà più il prodotto di una grossolana materia cerebrale o peggio ancora il gretto risultato della società, ma al contrario un rispecchiamento, nonché un tripudio di immagini atto a generare a fecondare in una perpetua poiesi fantasie lontane da futili dittature di pensiero.
Per addentrarci più in profondità verso una maggiore comprensione della mente è necessario volgere lo sguardo alla poesia e alla sua inafferrabile simbologia.
Bisogna interpellare coloro i quali abitano la luna, ossia quei poeti che instancabilmente sottolineano come la poesia “offra manciate di terra imbiancata e pietre lunari”, le quali se maneggiate con fare immaginativo partoriscono sogni, idee, canzoni e storie ancora non scritte: veri e propri minerali lunari dal valore mitopoietico.
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Immagine: Il laboratorio dell’Alchimista di Giovanni Stradano (particolare).